Incontro di studio sul tema “Le nuove complessità per gli enti territoriali: il federalismo fiscale” – Roma, Palazzo Marini 20 novembre 2009

Scritto il 24 novembre 2009 da Giovanni Scanagatta in Attività Segretario Gen.

1. Il ruolo della solidarietà nell’attuazione del federalismo, su cui intendo presentare alcune riflessioni, è un tema forte perchè ritengo che dall’attuazione di un federalismo solidale (al cui interno figura il federalismo fiscale) dipende il futuro dell’unità e della coesione economica e sociale del nostro Paese.
Il tema per noi dell’Ucid viene naturalmente analizzato alla luce dei principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa e, in particolare, del grande magistero sociale di Giovanni Paolo II e ora dell’Enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI.
Tali principi riguardano la solidarietà, la sussidiarietà, lo sviluppo per la costruzione del bene comune di tutta la nazione, dalle Alpi alle Isole. Il valore della solidarietà deve permeare la filosofia del federalismo, rifuggendo nel contempo un eccesso di solidarietà che determina assistenzialismo e mortificazione del senso di intrapresa e di creatività per lo sviluppo e un difetto di solidarietà che determina chiusure ed egoismi localistici. L’altro principio fondamentale è quello della sussidiarietà, che esalta l’iniziativa e la creatività del singolo, delle libere associazioni di individui e dei corpi intermedi rispetto agli enti statuali verticalmente centralizzati. Lo sviluppo che consente la costruzione del bene comune per tutto il Paese, garantendone l’unità e la coesione economica e sociale, deve camminare entro questi due binari della solidarietà e della sussidiarietà per un autentico federalismo che assicuri un futuro al nostro Paese e, soprattutto, alle giovani generazioni. Solo così possiamo dare un contenuto etico e morale al federalismo, indispensabile per tenere unito il nostro Paese, perché la sola dimensione economica non garantisce lo sviluppo nel lungo periodo. Si tratta di principi contenuti nella Dottrina Sociale della Chiesa e, in particolare, nelle tre grandi encicliche sociali di Giovanni Paolo II: la Laborem Exercens del 1981, la Sollicitudo Rei Socialis del 1987, la Centesimus Annus del 1991. La Laborem Exercens mette in guardia sui rischi dell’economicismo e del riduzionismo economico perché in questo modo, come stiamo vedendo, si affievolisce l’amore per il bene comune che è bene di tutti e non solo di alcuni. Si tende a ridurre tutto alla sola dimensione economica, trascurando sempre di più la dimensione etica e morale (relativismo etico) che garantisce il raggiungimento della giustizia e della libertà nel lungo periodo.
Storicamente, l’etica e l’economia non sono mai state considerate indipendenti e l’Enciclica sociale Quadragesimo Anno del 1931 di Pio XI ne conferma le indispensabili relazioni per un autentico e duraturo sviluppo dell’uomo e dell’umanità intera. Proprio negli stessi anni trenta, il grande sviluppo della scienza economica (l’epoca della grande teoria) dichiara la completa indipendenza dell’economia dall’etica. La grandezza dell’Enciclica Quadragesimo Anno va anche ricordata perché introduce il principio fondamentale della sussidiarietà, che è un valore che deve informare un autentico federalismo in grado di assicurare la coesione economica e sociale di tutto il Paese nel lungo periodo, in una logica di sviluppo per la costruzione del bene comune.
La Centesimus Annus di Giovanni Paolo II segna una svolta storica nell’alto magistero della Dottrina Sociale della Chiesa, affermando il valore dell’economia di mercato a decisioni decentrate o meglio, come preferisce Giovanni Paolo II, dell’economia d’impresa per lo sviluppo integrale dell’uomo con i suoi valori di libertà, responsabilità, dignità, creatività. L’impresa è una comunità di persone in cui l’autorità non viene esercitata come potere ma come servizio con carità e disponibilità, per la costruzione del bene comune. La costruzione del bene comune spetta non solo allo Stato (Welfare State), ma a tutti i soggetti singoli od associati che operano nella società e, in particolare, all’impresa (Welfare Society).
L’enciclica sociale di Benedetto XVI Caritas in Veritate, data a Roma il 29 giugno 2009, giunge due anni dopo l’anniversario dei quarant’anni della Populorum Progressio di Paolo VI che si voleva celebrare. Si tratta di un ritardo provvidenziale perché in questo modo la voce del Papa ci aiuta a capire le ragioni profonde della crisi che nel frattempo è scoppiata e a illuminate al strada da prendere per un nuovo modello di sviluppo che vede al centro l’uomo con i suoi valori di libertà, responsabilità, dignità, creatività. E’ un messaggio rivolto agli uomini di buona volontà di tutto il mondo per uno sviluppo umano integrale. L’enciclica sociale di Benedetto XVI si caratterizza per la forte tensione teologica perché lo sviluppo basato sulla carità si colloca ad un livello più elevato dello sviluppo basato sulla giustizia. Ma l’enciclica Caritas in Veritate è anche molto attenta alla dimensione storica della Dottrina sociale della Chiesa per il discernimento morale degli atti umani. Pensiamo all’analisi delle cause profonde della crisi che stiamo vivendo, etiche e morali prima che economiche.
La cultura cristiana è vocazione allo sviluppo basato sui valori della solidarietà e della sussidiarietà per la costruzione del bene comune. Si tratta di due valori fondamenti per la costruzione di un federalismo sostenibile nel lungo periodo. Nella Caritas in Veritate lo sviluppo viene nominato quasi 300 volte, contro le 200 della Sollicitudo Rei Socialis e le 40 volte della Centesimus Annus di Giovanni Paolo II. Si rifuggono pertanto le recenti teorie della decrescita felice portate avanti da diversi studiosi (v. per tutti Serge Latouche).
La Caritas in Veritate conferma l’impostazione di fondo della Dottrina sociale della Chiesa e ripropone in modo forte le idee in campo sociale su cui Benedetto XVI ha sempre insistito prima di salire al soglio pontificio. La conferma è che la Dottrina sociale della Chiesa non ha modelli economici da proporre né soluzioni tecniche da offrire, ma si preoccupa che le costruzioni degli uomini siano rispettose della dignità della persona umana. Il secondo è un pensiero sempre professato da Papa Ratzinger e riguarda il rifiuto della contrapposizione tra Stato e Mercato come modelli unici e alternativi per lo sviluppo dei popoli. La costruzione del bene comune non si ha se si fa affidamento in modo esclusivo sullo Stato e sul Mercato. La costruzione del bene comune compete a tutti gli uomini di buona volontà e alle loro libere associazioni, mettendo in sinergia due grandi valori della Dottrina sociale della Chiesa ribaditi con forza nella Caritas in Veritate: la solidarietà e la sussidiarietà che sono il fondamento di un federalismo sostenibile nel lungo periodo che assicuri l’unità e la coesione del Paese.
Per quanto riguarda la solidarietà, risultano più importanti, ai fini della sostenibilità nel lungo periodo, i fattori che ne determinano la domanda piuttosto che l’offerta. Si tratta in primo luogo dello sviluppo per il bene comune che nel lungo periodo assicura la diminuzione della domanda di solidarietà. E’ un principio questo fondamentale per la realizzazione del federalismo che deve mirare nel lungo periodo a ridurre, attraverso lo sviluppo, le disuguaglianze tra le varie Regioni e, in particolare, tra il Nord e il Mezzogiorno.

2. L’attuale dibattito politico sul federalismo fiscale è fortemente concentrato sul costo per le finanze pubbliche del nostro Paese. Ciò è comprensibile alla luce dei vincoli che abbiamo per la partecipazione all’Unione Europea, riassumibili in due indicatori fondamentali: il rapporto tra il deficit pubblico e il prodotto interno lordo e quello con il debito pubblico. Sappiamo che la preoccupazione maggiore riguarda la dimensione relativa del nostro debito pubblico, il terzo del mondo, senza essere la terza economia del mondo. Basta, al riguardo, osservare la recente dinamica del differenziale tra i rendimenti dei titoli pubblici italiani e quelli tedeschi a lungo termine, un indicatore sintetico del rischio Paese. Oggi tale differenziale supera 1,5 punti percentuali, in presenza di una dinamica discendente dei rendimenti dei titoli pubblici dell’Italia e della Germania. Certamente, un differenziale che sembra penalizzare l’Italia, alla luce degli indicatori della propensione all’indebitamento degli altri operatori, in primis delle famiglie. Infatti, il debito delle famiglie italiane sul prodotto interno lordo è intorno al 60%, rispetto al 105% delle famiglie tedesche, al 90% di quelle francesi e al 170% delle famiglie inglesi.
Si discute invece poco degli altri aspetti altrettanto importanti del federalismo, che toccano i problemi dell’equità e dell’efficienza, dei modelli di federalismo in un’economia duale come quella italiana, delle imprese, delle famiglie e del sistema bancario.
Per affrontare questi problemi, occorre premettere che il tema del federalismo si complica nella misura in cui ci troviamo di fronte a forti differenze tra i livelli di sviluppo economico delle diverse aree del nostro Paese e, in particolare, tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno. Assumendo come indicatore del diverso livello di sviluppo economico il reddito pro capite, sappiamo che le differenze tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno sono molto forti. Il rapporto tra le due aree è quasi di 1 a 2 e abbiamo conseguentemente un’indicazione della diversa capacità contributiva.
La durezza del tema del federalismo sfuma con il ridursi delle differenze tra i gradi di sviluppo economico delle varie Regioni del nostro Paese e la sua problematicità si ridurrebbe al minimo nel caso ipotetico di un’uguaglianza di partenza dei redditi pro capite e delle capacità contributive dei territori.
Data la nostra situazione di forte dualismo economico territoriale, è importante considerare gli interventi pubblici connessi al federalismo fiscale in relazione agli obiettivi di efficienza e di tipo distributivo (solidarietà). Gli economisti che affrontano il tema del federalismo fiscale tendono di solito a focalizzarsi sull’efficienza, mentre i politici danno maggiore peso ai problemi distributivi e dell’equità. Entrano in questo modo in campo obiezioni di tipo etico, rispetto alle quali l’analisi economica ortodossa appare estremamente debole, dovendo tendere al difficile equilibrio tra i valori della solidarietà e quelli della sussidiarietà, sia dal lato della spesa che da quello del prelievo. Il nostro è un sistema caratterizzato da un livello eccezionale di centralizzazione delle entrate (Stato) e dal conseguente forte peso della finanza derivata per le spese degli enti locali (Regioni, Province, Comuni).
E’ pertanto importante il modello di federalismo per favorire lo sviluppo economico e sociale delle diverse aree e, in particolare, per accorciare le differenze tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno. Da questo punto di vista, l’attuale Titolo V della Costituzione contiene potenzialmente modelli alternativi di federalismo, come sistema per attribuire risorse e competenze ai diversi livelli di governo. In buona sostanza, il Titolo V consente di scegliere tra due modelli estremi: a) quello tedesco fortemente solidale; b) il modello canadese di tipo competitivo. Bisogna tendere ad un equilibrio tra questi due modelli, sapendo che un solidarismo eccessivo genera assistenzialismo e una sussidiarietà eccessiva genera egoismo localistico.
La scelta di federalismo fiscale che è stata fatta costituisce un po’ una via di mezzo tra questi due modelli, con elementi di solidarietà grazie alla presenza del fondo di perequazione tra Regioni ricche e Regioni povere e stimoli competitivi confermati dal passaggio dalla spesa storica ai costi standard e da un criterio di perequazione inferiore al 100% per le spese non essenziali. Una perequazione al 100% significherebbe, infatti, rendere le risorse delle Regioni del tutto indipendenti dalle proprie basi imponibili, senza alcun incentivo a migliorare il gettito tributario, la qualità dei servizi offerti e il controllo dei costi.

3. Ma se il dibattito è scarso con riferimento ai diversi modelli di federalismo in ordine allo stimolo dello sviluppo e della riduzione delle differenze tra le due diverse aree economiche del nostro Paese, lo è ancora di più rispetto ai temi dell’impresa, delle famiglie e del sistema bancario.
Il federalismo dovrebbe accrescere la responsabilità delle imprese nei confronti dei portatori esterni di interessi (stakeholders), e, i in particolare, delle comunità locali e delle istituzioni locali. Nella misura in cui dovessero realizzarsi queste tendenze, potrebbero aumentare i legami tra le posizioni dei portatori esterni di interessi (stakeholders) e quelle degli azionisti (shareholders) dell’impresa, con effetti importanti sulla natura e sulla dinamica del governo societario (governance) in un’ottica di lungo periodo.
Tema altrettanto importante è quello del federalismo e della famiglia. L’attenzione alla famiglia ha la possibilità di essere notevolmente accresciuta grazie al federalismo, partendo da una situazione di Stato centralizzatore delle funzioni e di scarsissimo peso della spesa sociale a favore delle famiglie rispetto all’enorme preponderanza di quella previdenziale e assistenziale. In Italia, la composizione della spesa sociale indica un peso del 58% della voce vecchiaia e superstiti, del 32% della salute e invalidità, del 4% del sostegno alla famiglia e abitazioni, del 2% alla disoccupazione. In Germania, l’incidenza della spesa per vecchiaia e superstiti è del 43%, del 34% quella per salute e invalidità, del 13% la spesa per il sostegno alla famiglia e alle abitazioni, del 6% alla disoccupazione. Il federalismo può essere l’occasione di un fisco e di una spesa a misura di famiglia.
E infine federalismo e banche. Il federalismo può favorire il rafforzamento del legame tra le banche e il nostro sistema molto diffuso sul territorio di piccole e medie imprese e di imprese artigiane. E’ necessario porre rimedio ai danni provocati dall’ondata di concentrazioni e di fusioni bancarie avvenute nell’ultimo decennio, nell’errata convinzione che più si è grandi più si è efficienti, recuperando sani principi di specializzazione. Si tratta di costruire un nuovo rapporto tra banca e impresa che deve avere un connotato fondamentale nel contesto territoriale, a sostegno di un modello competitivo di sviluppo per il benessere futuro di tutto il nostro Paese.

4. Si desidera infine svolgere alcune considerazioni su federalismo e banche per il ruolo fondamentale del credito per uscire dalla crisi e per il sostegno dell’accumulazione, delle infrastrutture e delle sviluppo nel lungo periodo per ridurre le distanze tra il Nord e il Mezzogiorno. Esiste nel nostro Paese una grave emergenza circa il rapporto tra banche e imprese di cui quasi nessuno parla. Un punto di vitale importanza se si vogliono creare le condizioni di sostegno creditizio e finanziario per l’uscita delle nostre imprese dalla grave crisi che stanno attraversando. Le imprese, soprattutto di piccole dimensioni, sono colpite da un pesante razionamento del credito da parte del sistema bancario nel suo complesso. E quello di cui soffre il Mezzogiorno, poi, è ancora più grave. In questo contesto si colloca il progetto per la costituzione della Banca del Sud dove ci sembra importante l’apporto delle banche di credito cooperativo per il loro stretto legame con il territorio e con il sistema diffuso di piccole e medie imprese e delle loro forme di cooperazione come sono i distretti. Anche il sistema dei Confidi, che presenta una buona diffusione nel territorio del Mezzogiorno, può dare un contributo significativo sul piano degli strumenti per rendere efficace il sostegno creditizio allo sviluppo del Sud, superando il problema delle garanzie che penalizza fortemente le piccole e medie imprese.
Sulla base di queste premesse, la presa di posizione della Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, al Congresso degli Industriali a Biella, va sostenuta con forza per un recupero di comportamenti etici nelle banche, finalizzati al sostegno di un nuovo modello di sviluppo per la diffusione del bene comune. Bisogna fronteggiare l’emergenza “etica e banche”, come occorre fare per “l’emergenza educativa”.
Come ha sottolineato Emma Marcegaglia, nessuno vuole mettere in discussione il diritto-dovere delle banche di valutare il merito di credito delle imprese. Il problema è quello del metodo e i criteri di valutazione introdotti con il nuovo accordo di Basilea (Basilea 2) sono disastrosi per il nostro sistema fondato sulle piccole e medie imprese e sulle imprese artigiane, in cui più che i bilanci contano gli imprenditori e le loro capacità di creare sviluppo per il bene comune. L’illusione di uniformare, attraverso procedure fissate dall’alto, la valutazione del merito del credito delle imprese attraverso il rating sta creando danni incalcolabili alle possibilità di sviluppo della nostra economia. I modelli econometrici non hanno antenne sufficienti per distinguere un imprenditore buono da uno cattivo. Dobbiamo per questo ridare autorità e autonomia al lavoro del banchiere per valutare le capacità imprenditoriali e la validità dei progetti, come afferma la Presidente Marcegaglia.
Le valutazioni del merito di credito di Basilea 2 si basano sui bilanci passati, hanno il grave difetto di essere pro-cicliche e non sono in grado di vagliare la validità dei progetti di investimento e di sviluppo delle imprese.
Le metodologie di Basilea 2 appaiono ancora più inadatte se passiamo dal sostegno creditizio e finanziario delle imprese esistenti al sostegno della nascita di nuove imprese per un nuovo modello di sviluppo. E questo vale in modo particolare per il Mezzogiorno se vogliamo accorciare le distanze con le altre aree del Paese e realizzare un federalismo solidale che sia sostenibile nel lungo periodo.
Le nuove imprese non hanno storia né bilanci e diventa fondamentale saper valutare le capacità dell’imprenditore di realizzare nuovi progetti. E’ l’uomo banchiere che deve imparare a valutare l’uomo imprenditore, perché l’uomo è il centro e il creatore dello sviluppo – come insegna da più di un secolo la Dottrina Sociale della Chiesa – ora vivificata dall’ Enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate. E’ l’impresa il luogo privilegiato della creatività per costruire valore da diffondere per il bene comune e per l’unità e la coesione del Paese nella nuova realtà del federalismo solidale che dobbiamo costruire tutti insieme.
Siamo convinti che l’attuazione del federalismo debba considerare le peculiarità delle singole Regioni e le loro vocazioni produttive. Il disegno di legge Calderoni prevede invece una disciplina uniforme per tutte le realtà regionali e locali, sia riguardo alle funzioni sia all’organizzazione, indipendentemente dalle diversità dei contesti territoriali di riferimento.
Anche l’Euroregione costituisce uno strumento importante per favorire lo sviluppo di aree in un’ottica di integrazione europea e di miglioramento delle infrastrutture di trasporto attraverso la costituzione di Gruppi europei di cooperazione (Gect). In questo senso, il Governo italiano per la prima volta ha autorizzato nello scorso mese di ottobre le Regioni Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta a costituire il Gect “Euroregione Alpi-Mediterraneo” con la Francia, aprendo la strada su questo fronte. Abbiamo poi il progetto di Euroregione che vede insieme il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia, l’Emilia-Romagna, le Marche e la Carinzia. Progetti analoghi potrebbero riguardare anche il Mezzogiorno, puntando al suo ruolo fondamentale come centro del Mediterraneo per integrare le economie dei Paesi che si affacciano su questo mare. Sono tutti strumenti importanti per la costruzione di un federalismo solidale sostenibile nel lungo periodo.

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