Per una nuova etica nella finanza

Scritto il 15 settembre 2009 da Staff UCID in action in Agorà UCID

Nella Prima Lettera di S. Paolo Apostolo a Timoteo si legge: “… non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo. Al contrario, coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali”.

Questo brano di San Paolo potrebbe essere il punto di partenza per una corretta analisi degli avvenimenti che hanno caratterizzato il mercato finanziario in questi giorni.

Infatti un’attività finanziaria non può non essere prima di tutto al servizio della comunità e della economia reale, se vuole impedire che quanti operano all’interno del “sistema rimangano indifferenti a quei principi, a quelle regole e a quelle scelte che stanno alla base della convivenza sociale”.

Anche dal punto di vista dei risultati economici la morale è necessaria allo stesso svolgersi dell’attività di impresa, perchè lungi dal danneggiarla, migliora, nel lungo periodo, il suo stesso andamento (Amartya Sen).

Infatti, come anche ha scritto Donato Masciandaro, dal punto di vista strettamente economico solo in un mercato ben funzionante, che può esistere quando la maggior parte degli agenti economici si comporta conformemente all’etica del mercato sostenibile, le imprese e le banche possono prosperare.

Inoltre “Al profitto si può e si deve attribuire anche un significato etico” perchè “ogni impresa nasce da un capitale, frutto di passato lavoro” e appresta nuovo capitale per nuovo lavoro, che resta sempre il frutto e l’espressione più alta della spiritualità, dell’intelligenza e delle potenzialità dell’uomo.

Il profitto rappresenta, dunque, un segnale indicatore importante ma la sua credibilità e il suo apprezzamento saranno maggiori se conseguiti “con strategie di impresa … costruite attorno a valori e a idealità fondate sulla consapevolezza del ruolo e della responsabilità anche sociale e civile che deve qualificare il soggetto impresa” in modo da “trasformare l’attività finanziaria da semplice scambio economico … in una rete di relazioni finalizzate all’uomo”.

Don Luigi Sturzo sosteneva che l’economia senza etica è diseconomia e che un sistema economico che non stima l’integrità morale come uno dei suoi valori fondamentali, a lungo andare, è destinato a fallire, trasformando l’economia in diseconomia e disutilità sociale.

Anche il sociologo Z. Barman nel suo libro “Una nuova condizione umana” avverte che l’unica condizione per un possibile risveglio morale consiste, non più nel rispetto di regole che non tengono più e che restano scritte solo sulla carta, ma solo in una nuova pratica dell’esercizio della responsabilità. Esercitare un’attività con moralità sarà possibile solamente ricominciando a considerare e a guardare in faccia le proprie responsabilità.

Da ciò risulta chiaro che la recente crisi finanziaria è stata possibile perché “in alcuni professionisti si è persa per strada l’etica e la professionalità con cui è necessario affrontare ogni attività lavorativa”.

Riccardo PEDRIZZI

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